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Sport a Roma

05 maggio 2021
Il ritorno del Re
Josè Mourinho è il nuovo allenatore dei giallorossi, tre anni di contratto per tornare a vincere

Josè Mourinho è tornato. Come fece Napoleone Bonaparte quando fuggì dall’esilio dell’isola d’Elba, è scappato dalle catene del declino prima mancuniano e poi londinese ed è riapparso sulle scene del teatro scespiriano calcistico, più agguerrito che mai. Il suo approdo con la vecchia guardia dei fedelissimi è Roma e la Roma. Anche questo è un segno fortissimo. Nella sua storia politica e di campagne militari Napoleone non entrò mai nella Città eterna. Incredibilmente, per un capriccio della Storia, l’uomo del destino per dirla con Hegel, aveva visto e conquistato Parigi, Milano, Berlino, Mosca, ma mai Roma lasciata solo al suo esercito e preclusagli nonostante fosse l’imperatore.

Josè Mourinho, invece, napoleonico nei pensieri e negli atteggiamenti entrerà nell’Urbe che affascinava Goethe e Le Goff in un caldo giorno di luglio, portando con sé, nella valigia dell’allenatore, la ferrea volontà di tornare a essere il numero uno. Ancora una volta sulla strada di Helenio Herrera, Bela Guttman, Bill Shankly, gli allenatori che sin da ragazzo ha studiato per formarsi una filosofia da coach, un pensiero da capo carismatico, un concetto preciso su quella che sarebbe diventata la sua tattica e la sua strategia.

Viene nella Roma per portare il bagaglio di una immensa esperienza tecnica e di una competenza che sconfina dai provinciali tatticismi del calcio nostrano. Viene per condurre la società, la città, la squadra, il popolo romanista verso la strada irta e fascinosa della vittoria. Viene per ribaltare il consolidato schema tripartitico del calcio italiano: Juventus, Inter e Milan in rigoroso ordine di scudetti vinti nella storia del nostro football. E ancora oggi, dopo il meritatissimo scudetto dell’Internazionale Football Club, architrave inscalfibile dell’agorà calcistica del romanzo pallonaro dell’Italia che insegue un pallone.

Chissà se sia lui che i Friedkin abbiano studiato un po' la storia della Roma e lì, in quelle pagine gialle come il sole e rosse come il cuore, abbiano scoperto la pietra filosofale di un’alchimia che il palio romanista ha sempre custodito gelosamente e forse per questo suo amore sconfinato, vissuto poco e celebrato pochissimo. Quando la Roma ha ingaggiato un allenatore generale è sempre entrata in porto con il vessillo per ricordare una figura metaforica del capitano Agostino Di Bartolomei. È sempre stato così sin dagli esordi, con William Garbutt dioscuro inglese del Genoa pater patriae del calcio italico e vincitore sotto il Cupolone della Coppa Coni, con Fulvio Bernardini e Attilio Ferraris IV capitani del tempio di Testaccio, costruttori spavaldi del mito che ancora oggi emoziona e fa piangere all’annuncio dell’ingaggio di Josè Mourinho. O come Alfred Schaffer l’allenatore del primo scudetto del 1942 che aveva vinto il titolo anni prima con il piccolo Hungaria e guidato la prima grande Ungheria del fuoriclasse György Sarosi alla finalissima con l’Italia di re Peppino Meazza.

Poi venne l’era moderna con Helenio Herrera che tra tormenti, cinismi ed esoneri vinse una Coppa Italia romanzesca e arrivò a un passo dalla finale di Coppa delle Coppe, nel messicano 1970. Nel 1979 Dino Viola ingaggiò quel geniaccio di Nils Liedholm e nacque l’Illuminismo romanista capace di contrastare e una volta battere la Juventus bonipertiana. Vent’anni dopo Franco Sensi portò a Roma don Fabio Capello, comandante duro e deciso a tutto pur di vincere lo scudetto che vent’anni dopo porta ancora la sua firma insieme alla classe leonina di Batistuta, a quella raffinata di Totti e Montella. Come sempre la storia è chiara e si dipana nei suoi meandri passati con perfetta applicazione nel presente: alla Roma occorre un allenatore generale che conosca e insegni la strada da percorrere per vincere lo scudetto.

Josè Mourinho, Ryan e Dan Friedkin questo lo sanno bene. E sanno anche che non sarà facile raggiungere il sogno che l’enclave romanista ha negli occhi e nel cuore dal quel mitico 17 giugno 2001, nell’Olimpico stracolmo di emozione. Ecco il punto chiave dunque che dovrà caratterizzare il Josè Mourinho capo carismatico della Roma, l’emozione. E la forza morale di lasciarsi andare come ai tempi del Porto, del primo Chelsea, dell’Inter europea. Se il rapporto sarà emotivo diventerà empatico e se sarà empatico, lui, il burbero cattivo leoniano delle panchine d’Europa, si emozionerà tornando quello di un tempo.

Come d’incanto ritroverà l’ardore dei tempi della gloria e si immergerà nella città, diventando un tutt’uno. Sarà il Josè istrionico di sempre mentre contempla il Colosseo. Sarà il Josè burbero mentre scopre il mare magnum piratesco del traffico romano. Sarà il Josè inflessibile nello studio e colto nel sapere mentre studia la storia degli imperatori romani. Sarà il Josè espressivo e comunicativo mentre passeggia per il centro o al Gianicolo sotto il manto di stelle della Roma esoterica.

Amata la città, la città lo ricambierà d’amore. E la campagna per la lotta al primo posto comincerà come quando Vittorio Gassman iniziava i suoi spettacoli teatrali o girava le sue pellicole cinematografiche, nel segno dell’istrionismo cioè. Josè Mourinho se gli astri si allineeranno sull’emozione, se la società sarà interventista e competente come ha già dimostrato di essere, se arriveranno i giocatori che lui indicherà, sarà il Mattatore del campionato e la Roma comincerà a lottare palla su palla, partita su partita. Dando fastidio, molto fastidio. Sui fasti voluti da Dino Viola e Franco Sensi. Il fatto che i rivali siano rimasti sgomenti e increduli a tutte le latitudini, che inizi il ricordo degli esoneri di Manchester e Tottenham, che lo si critichi come bollito, che si parli di fumo negli occhi a una tifoseria molte volte tradita dai suoi stessi sogni, sta ad indicare che Josè Mourinho è ancora temuto esattamente come i parrucconi del Congresso di Vienna e i re di mezza Europa temettero il ritorno di Napoleone sui campi di battaglia.

L’ultimo punto per ora è una domanda: come giocherà? Prima di tutto occorre sottolineare che cambierà la metodologia d’allenamento improntando il lavoro settimanale su allenamenti duri e specifici dal globale all’analitico, con esercizi mirati a velocizzare il ritmo della corsa della squadra. Al Real Madrid diceva a Marcelo, Ronaldo, Benzema, Higuain, Xabi Alonso: “buen ritmo de carrera chavales”. La sua Roma sarà questo: corsa verticalissima, quattro passaggi e dritti in porta a fare gol. Per fare questo allenerà più col pallone che in palestra, come faceva Herrera e come fa oggi il suo rivale più grande e sotto sotto stimatissimo, Pep Guardiola.

Introdurrà poi la provvida e coraggiosa lingua ufficiale della Roma, che parlerà per sua bocca. Creerà la squadra che lotta contro tutto e tutti, senza più forse le polemiche belluine di un tempo, ma con l’astuzia di Paul Newman che gioca a poker con Robert Shaw. Forza bruta contro genio. Dei Friedkin sarà il Nils Liedholm che fu di Viola. Dopo anni di buoni coach un po' ordinari e troppo scienziati di calcio, un cambio epocale. Un colpo di genio. Stanley Kubrick in panchina non ha prezzo. Sistemati questi punti, si affiderà alla storia della società e chissà che al suo fianco, come i dioscuri al fianco di Marco Aurelio sul Campidoglio, non chiami a dargli una mano Totti e De Rossi.

Creato il clan celentaniano, penserà al modulo. Josè Mourinho giocherà 4-2-3-1 riprendendo il modulo applicato dalla nazionale di Francia nel biennio ’98-‘2000 che lui ha utilizzato negli ultimi anni e con il quale dopo la diaspora di Ibrahimovic, vinse per portare nella storia l’Inter del triplete. Ci sarà equilibrio rispettando l’ortodossia del calcio: sei giocatori addetti al recupero della palla – i 4 difensori e i due mediani davanti alla difesa – quattro giocatori offensivi a costruire il castello offensivo, veloce e chirurgico sotto porta nel far gol.

L’allenatore portoghese costruirà la squadra partendo dalla fase difensiva che come diceva Bill Shankly ai tempi del grande Liverpool anni ’70, dovrà essere inattaccabile. Alla linea a quattro insegnerà il rispetto del posizionamento – tarlo tecnico decennale e mai ben curato nella Roma dai tempi di Fabio Capello – e il lavoro di squadra con la linea che si muoverà all’unisono. Il suo obiettivo sarà una Roma impenetrabile in difesa, rivoluzione copernicana dopo i 103 gol in due anni presi dalla squadra di Fonseca. Per vincere lo scudetto che lui in cuor suo sogna per ricevere in cambio la corona d’alloro, dovrà però cambiare qualcosa del suo modo di attaccare degli ultimi anni.  

A Manchester e un po' meno a Londra con il Tottenham, ha attaccato lentamente senza più velocità in controgioco come ai tempi d’oro. La sua idea dovrà portarlo a ritrovare la velocità di pensiero perduta e appresa da Herrera: “pensa veloce, gioca veloce”. Il ritorno di Zaniolo, un altro esterno di corsa verticale e piede, un centravanti alla Cavani o alla Icardi sotto porta, saranno i punti su cui lavorerà per ritrovare il passo di manovra perduto. Come Napoleone chiederà ai suoi di aumentare l’andatura, pensando a un colpo a sorpresa: giocare nelle partite in casa, con il 4-3-3 dei tempi degli esordi nel Porto bicampione d’Europa e nel Chelsea dei Robben, dei Cole e dei Drogba. Inizialmente non avrà questi funamboli, ma scandaglierà con Pinto e Mendez il mercato per scoprirne di nuovi. D’altronde i portoghesi non sono stati quelli che hanno cercato l’oro da Lisbona a Macao?

La Roma che Josè Mourinho vuole plasmare sarà forte nelle due aree: la propria e quella altrui. Chiederà sacrificio in difesa – altra novità copernicana per la Roma indolente nel correre e contrastare – cercando difensori di personalità e forza nell’uno contro uno. Ma sarà anche una Roma forte in contropiede con buona pace della abusatissima e fuorviante costruzione da dietro del calcio robotico degli anni 2000. Da vecchio volpone mescolerà tutto col suo carisma e il suo maresciallato.

Napoleone è scappato dall’Elba, ha un cognome portoghese che suona in Mourinho e che di mestiere fa l’allenatore di calcio. Viene da alcuni rovesci, sue personalissime Parigi e Lipsia, ma ha ritrovato il bicorno e il cappotto bluastro dei tempi interisti ed è intenzionato a dare battaglia ancora una volta. Alé Josè Mourinho. Alé.


articolo inserito da: Matteo Quaglini
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