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Spettacolo a Roma

08 novembre 2020
Mattatore per sempre
Il viaggio artistico di Gigi Proietti nella città del cuore

Giovedì mattina Roma ha celebrato il suo mattatore. Dal Globe Theatre a Villa Borghese, dal Campidoglio a piazza Venezia fin dentro le mura di piazza del Popolo. Lì, nella chiesa degli Artisti i romani de core, gli attori, le maestranze, gli uomini e le donne che a Roma hanno trovato cittadinanza, hanno salutato il grande Gigi Proietti. Un abbraccio caldo ed emozionato tributatogli, anche, dai suoi allievi Enrico Brignano, Flavio Insinna e Rodolfo Laganà, da Fiorello a Bruno Conti a Enrico Vanzina che insieme a molti altri si sono stretti vicino alla famiglia in un applauso pieno d’amore per il maestro.

È stato per il fuoriclasse Gigi Proietti l’ultimo viaggio per le strade della sua Roma. Un cammino per le vie dell’Urbe che si è mescolato, sin dalla nascita, con la storia della città. E lui Mandrake e san Filippo Neri, il cardinal Colombo e Meo Patacca, Bruno Palmieri giornalista investigatore alla Maigret, ha ridato alle radici cittadine il suo cuore d’artista, in un continuo omaggio, dentro una carriera multiforme e trasversale, alla sua amata e natia Roma.

Questo connubio, che mescola l’arte e la vita delle strade e dei quartieri romani, è iniziato il 2 novembre del 1940 in via Sant’Egidio, una traversa della famosissima e iconica via Giulia, nella Città Eterna belligerante e proseguita dopo i primi dieci mesi di vita tra i ciottoli e le mura della borgata del Tufello dove si trasferì con papà Romano e mamma Giovanna. Era, quella dei primi anni ’40, la Roma che gli orrori della guerra avevano confinato a città aperta. Poi, quando Gigi Proietti aveva quattro anni, venne l’esercito americano e la liberò ridandole luce. In una Roma urbanamente sviluppata, legata alla felliniana dolce vita e culla del cinema americano mescolato a quello dei mostri sacri Gassman e Mastroianni, il ventenne Gigi muove i primi passi al Centro Teatro Ateneo e la notte canta nei night club della capitale dei favolosi anni ’60. È il laccio che non lo abbandonerà più. Quello che a contatto con questo mondo di stelle, lo indirizzerà verso il suo immaginifico istrionismo.

In quelle nottate romane, mentre canta la musica che dà arte alla sua prima giovanile passione, affina l’occhio sul pubblico che lo viene ad ascoltare, trovando così molti dei tratti dei suoi futuri personaggi. È il riflusso della Roma adamantina di via Veneto e dei suoi campionissimi che affollano con la loro magia l’Harry’s bar o il Caffè Doney. Quell’alone delle strade solcate da Burt Lancaster e Ava Gardner, da Elizabeth Taylor e da The Voice Frank Sinatra, avvolge tutto e tutti aprendoli all’arte. E Gigi Proietti che l’arte ce l’ha nell’anima spicca il volo con Can Can degli italiani, in cui mette in musica un aforisma di Ennio Flaiano. È il 1963 ed è l’aggancio con la risata, quella piena e alta dei sentimenti che lo caratterizzerà per tutta la carriera.

Un sorriso aperto che l’attore manterrà, in onore della sua Roma, anche quando lo scenario della città augustea cambierà. La capitale degli anni ’70 è oscura e gotica, serpeggia la violenza degli anni di piombo, dei terrorismi, Gigi Proietti cerca di regalarle sorrisi e spensieratezza con la sua recitazione, diventando il contraltare poetico all’oscurantismo. È il 1976, l’anno di Febbre da cavallo e di A me gli occhi please. Due dei suoi successi più grandi. L’one-man show lo eleverà a mattatore regalando ai romani ore di allegria capaci, per un attimo, di far dimenticare le incertezze di una città triste e crepuscolare. Il dono del lazo a una città che tra il ’71 e il ’72 si confrontava con i temi dell’occultismo e dell’esoterismo, Proietti lo aveva già fatto con Alleluja brava gente dove aveva sostituito Modugno e recitato al fianco di un altro grande romanino: Renato Rascel.

La sua vita artistica ha sempre raccontato Roma, nello slang, nelle mandrakate, nella figura di Bruno Fioretti che ama Tor di Valle più di Catherine Spaak. Il gioco, la scommessa elevata a totem irrinunciabile di avventure per le vie della Città Eterna in cerca di denaro da giocare, nell’agorà dell’ippodromo romano, su improbabili cavalli. Con King, Soldatino e d’Artagnan, il Pomata e Manzotin, Mandrake Proietti racconta la quotidianità dei romani che vivono nella speranza che il sogno della rinascita si avveri, mentre i torbidi uccidono poeti e rapiscono presidenti.

Nel 1973, all’interno della Tosca, canta Nu je da retta Roma quasi a voler proteggere e metter in guardia l’amata patria dal corso di una storia quasi mai limpida e chiara nella sua narrazione. La città vive, nel 1978, il caso Moro e ancora una volta la sua romanità, vessillo di una filosofia, lo porta alla ricerca del talento che si nasconde per le vie grigie dei palazzi circondati dalle mura Aureliane. Diventa direttore del teatro Brancaccio e insegnante in un laboratorio che farà scuola e proseliti. È il tempo della sua ricerca del talento, proprio quando Roma sembra offrire solo paure. È anche il suo guizzo, per la città del cuore, più bello perché attraverso l’insegnamento apre una strada ai giovani e ai loro sogni. Come per magia guidata dal suo mattatore e riagganciata al teatro, la Città Eterna rinasce negli anni ’80. È una stagione forse effimera e un po' ingenua fatta di Ponentino e Piper Club, dei giovani tozzi di piazza Barberini, del tè del pomeriggio a piazza Navona, ma è anche il periodo in cui il talento viene valorizzato.

La città rinasce e una parte si schiera col maestro Proietti, in quel teatro che Gassman e Totò alzavano a livello d’accademia universitaria per diventare vero attore. Gigi il romanino, Gigi il Rugantino, Gigi il petroliniano, palleggia con Falcao l’altro re di Roma come lui e si smarca dal cinema abbracciando la televisione e scrivendo sul Messaggero, il giornale più antico della città, sonetti poetici del Belli e di Trilussa. È il suo tratteggio sulle vie di Trastevere, dove sorge la statua del poeta ottocentesco, e sul romanesco pungente dell’altro, Er poeta de Roma.

Gli anni passano ed è già tempo della Roma che ha messo da parte i brevi fasti dell’impero anni ’80 e si è immersa nell’ultimo decennio del Novecento tra crisi politiche che sanciranno la fine della prima Repubblica e che avvieranno la crisi della Cultura, di teatri e musei. Una stagione di nuovi crepuscoli che Gigi Proietti percorre curando con amore il Teatro, negli anni 2000. Dapprima con le repliche al teatro Olimpico di A me gli occhi please, poi, nel 2007 con la direzione del Gran Teatro, intermezzo del suo ultimo grande amore: il Globe Theatre. Lì, nella sua agorà intrisa di testi scespiriani, elisabettiani e immersa all’interno dei giardini di Villa Borghese, cura il grande palco regalando gioia e sapere a una città che si accende di rado.

La città di Roma oggi non ha più la via Veneto della dolce vita, a Tor di Valle ci sono solo i ruderi delle corse dei cavalli che facevano sognare negli anni ’70 e ci vogliono costruire uno stadio, le borgate hanno perso la loro tradizione, i teatri chiudono e l’istrionismo manca. Così capita che nel suo ultimo viaggio il mattatore Gigi Proietti ripercorra le vie della città e quei tratti che caratterizzavano la grandezza della patria del cuore tornino alla mente della gente. Istrioniche e suggestive. Emotive, come le parole dell’erede Enrico Brignano. Grazie di tutto romanino e maestro, per quest’ultimo viaggio che ha simboleggiato ancora una volta il tuo magico teatro. Magico sì, come il sorriso di Mandrake.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


articolo inserito da: Matteo Quaglini
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