NEWS
.
Dal territorio con l'aiuto dei lettori
Aggiornamenti continui

>>>comunicaci la tua notizia<<<
Sport a Roma

24 febbraio 2020
Ricordando Ghiggia, incubo del Brasile
Fuoriclasse uruguagio protagonista nel ‘50 del “Maracanazo”, eterno tormento dei brasiliani

Oggi avrebbe quasi 94 anni. Non riuscì a dribblare la morte Alcides Edgardo Ghiggia, quel sedici luglio del 2015.

Un giorno come un altro per morire, direte voi. Sbagliato. Sedici luglio 1950, stadio Maracanà, Mondiali di calcio brasiliani; Brasile-Uruguay è l’ ultima partita del girone, ai padroni di casa basta il pari per fare festa. Finisce uno a due per la “Celeste”, gol decisivo indovinate di chi? Esatto, Alcides Ghiggia, che si prende la Coppa e se ne va, gettando nella totale disperazione un intero popolo: trentasei suicidi furono registrati nelle successive ventiquattro ore. Un segno del destino? Forse.

Ghiggia era un fuoriclasse. Un’ala destra, quelle di una vola naturalmente. Oggi è un termine spazzato via dal calcio moderno, pieno di “esterni” alti e bassi, tatticamente disciplinati e per questo svuotati da ogni artistica individualità, che fa rima con fantasia e forse con poesia.

Ghiggia era il dribbling. Secco, fulminante, perentorio. Puntava l’avversario, fingeva con il corpo di andare da una parte, si fermava, poi ci andava davvero e subito sterzava dalla parte opposta. L’avversario? Stava lì, fermo, immobile, attonito, a chiedersi perché diavolo fosse toccato a lui marcare quel funambolo indemoniato.

Giocò nove anni in Italia, otto alla Roma (dal ’53 al ’61) e uno al Milan (dal ’61 al ’62). In giallorosso 19 goal in 201 presenze. Se esistesse un statistica degli assist offerti da Ghiggia ai compagni di squadra, probabilmente staremmo ancora a contare. Con la Roma vinse poco, solo una Coppa delle Fiere nel 1961, proprio l’anno in cui salutò la Capitale e approdò a Milano, sponda rossonera, dove vinse lo Scudetto contando solo quattro presenze. Andò a chiudere la carriera in patria, al Danubio, dove giocò fino a quarantadue anni.

Giocò anche con la Nazionale italiana, cinque presenze come “oriundo”, per le qualificazioni ai Mondiali di calcio in Svezia del 1958. Un fallimento, per lui e per noi, sconfitti a Belfast dall’Irlanda del Nord e costretti a guardare in tv le magie di Pelè e compagni.

Dal 2009 in poi è entrato a far parte sia della Walk of Fame del Maracanà, sia della Hall of Fame della Roma.

Nella vita privata qualche dribbling non gli è riuscito alla perfezione. Come quando, ancora giocatore della Roma, scontò poco più di due mesi per atti osceni in luogo pubblico, sorpreso in macchina con una ragazzina di quattordici anni, poi rimasta incinta. Finita la carriera agonistica, fece per anni il croupier in sale da gioco e tornò nel calcio nel 1980, come allenatore del Penarol.

Poi, anni bui. O quasi. Visse la vecchiaia ai limiti della povertà a Montevideo. Nel dicembre del 2013 fu invitato alla cerimonia per il sorteggio dei Mondiali brasiliani del 2014. È l’ultima immagine che ricordiamo di lui.

La più nitida però, ce l’abbiamo ora. Immaginandolo lassù, in qualche partita tra fuoriclasse scomparsi. Lui, giovane e scatenato, che punta l’avversario: una, due, tre finte, poi via sulla fascia, imprendibile. E l’altro a chiedersi: “Ma doveva morire per forza Alcides Ghiggia?”.

 



articolo di:
Raniero Mercuri
tutte le news>>>








SEGUICI...









.