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Sport a Roma

24 febbraio 2020
Dove ballano i lupi e osano le aquile
Quartiere per quartiere, come si dividono i tifosi, scoprendo numeri quasi sorprendenti

Accogliente, generosa, accecante. Ma anche strafottente, tracotante, forse perfida. Di cosa parliamo? Di Roma. Dei suoi difetti, delle sue virtù. Rispecchiate fedelmente nelle tifoserie delle due squadre che la rappresentano: Roma e Lazio, Lazio e Roma, fate voi. Come cane e gatto. Già, e proprio come loro capaci di detestarsi e convivere allo stesso tempo, celando sotto un’accesa rivalità un affetto sopito, ripudiato; però vivo, diremmo inevitabile, essenziale, spesso familiare. Che tuttavia nessuna delle due parti ammetterà mai. In fondo, se ci pensate, anche nelle rivalità sportive più acerrime si trova spesso un affetto nascosto, d’altronde per “odiare” il nemico, per contrastarlo, devi conoscerlo e per fare questo devi creare un legame, che unirà indissolubilmente la tua vita sportiva ed emozionale alla sua. Un esempio su tutti: Coppi e Bartali, simboli di una rivalità profonda come la stima e l’ammirazione che li legava, in un’Italia che non c’è più.

Il cuore delle due tifoserie ha le sue radici e ramificazioni nei trentacinque quartieri in cui è suddivisa la Capitale. Oltre un milione e trecentoquarantamila anime. Giallorosse e biancocelesti per la stragrande maggioranza, escludendo chi ha scelto di tifare altre squadre e chi non fa del calcio la sua passione.

La divisione tra romanisti e laziali è storicamente sempre la stessa: biancoceleste Roma Nord e provincia, giallorossa Roma Sud. Nota è anche la supremazia numerica dei romanisti rispetto ai laziali, basta dare un’occhiata alle ultime statistiche su scala nazionale: due milioni e mezzo i primi, un milione e ottocentomila i secondi. A maggioranza laziale: Fleming, Prati, Parioli, Monteverde e i vari paesi medi o piccoli appena fuori città; a maggioranza romanista tutti gli altri quartieri, in particolare Testaccio e Garbatella.

Collina Fleming è da sempre nel cuore di ogni laziale. Il motivo? Semplice e “paterno”, come una dolce carezza piena d’affetto: era il quartiere dove abitava Tommaso Maestrelli, fino al giorno della tragica e dolorosissima morte. Non solo. E’ lì che scorrazzavano Chinaglia e soci nei “pazzi” anni Settanta. Già, la banda dello scudetto del ’74: divisi in clan fuori dal campo, uniti come acciaio sul prato verde.

Sull’altra sponda, dici Roma e pensi a Testaccio. Subito. Inevitabilmente. La prima casa dei giallorossi, dopo una breve esperienza iniziale al Motovelodromo Appio, nacque proprio lì, nel novembre del 1929. “Campo Testaccio, c’hai tanta gloria, nessuna squadra ce passerà” cantavano nei lontani anni Trenta. Più o meno andava sempre così.  Dieci anni intensi, prima della demolizione dell’impianto, che hanno legato per sempre la squadra al quartiere.

Andando più a fondo, è interessante sottolineare un dato che lascia spazio a diverse riflessioni, soprattutto dal punto di vista sociale: le forti caratterizzazioni del tifo nei vari quartieri della città stanno perdendo in questi ultimi anni la loro forza e rilevanza. In termini più semplici, non esistono più i “feudi” giallorossi e biancocelesti. Incredibile, direte. E avete ragione. Ma anche qui i recenti dati non mentono. Due esempi? Eccoli. Garbatella, altro quartiere simbolo dei romanisti, ha visto aumentare negli ultimi tempi giovanissimi di fede laziale, sempre nell’ambito di una larga maggioranza giallorossa ovviamente. Sacrilegio, avremmo detto fino a qualche tempo fa.  Altro esempio sulla sponda opposta: Monteverde. Quartiere a maggioranza laziale per diversi anni, ha visto negli ultimi tempi aumentare i seguaci giallorossi.

Stesso discorso potremmo farlo sulle zone limitrofe a Roma, in provincia. Storicamente tinte di biancoceleste, hanno visto aumentare il numero di romanisti, soprattutto per la decisione di molti romani di andare a vivere fuori città.

Riassumendo: le maggioranze restano tali, ma non sono più assolute. Il motivo, come detto, è sociale. E va ricercato nella globalizzazione insistita dei nostri tempi, nel movimento continuo della popolazione, che porta a mescolanze prima impensabili. E’ un discorso che ovviamente riguarda il sistema sociale nazionale ed internazionale, in cui il  movimento delle tifoserie rappresenta soltanto una piccola parte, quasi un granello di sabbia di una spiaggia sconfinata. Ma è anche questo una conseguenza del momento storico che stiamo vivendo. Inquietante per certi versi, moderno per altri. Senza dubbio privo di punti di riferimento, in cui le specificità nazionali ed urbane stanno sempre più affievolendosi in nome di una società “integrata”, in perenne movimento e trasformazione.

Chissà se un giorno anche il piccolo grande mondo del tifo romano subirà variazioni profonde ed oggi impensabili.  Un po’ come immaginare un nido d’aquila sul Monte dei Cocci, a due passi da “Campo Testaccio”. O la tana di un lupo a Collina Fleming, nel covo della pazza e splendida Lazio di Chinaglia. Fantascienza, dai. O no?

 



articolo di:
Raniero Mercuri
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